Glamourous Eighties

testo e icone di Cristina Morozzi
Anni di predominio dell’immagine, del colore, della decorazione superficiale, delle esperienze fuggevoli, delle mutazioni e degli eccessi. Sono gli anni degli artifici, delle asimmetrie, della decorazione policroma, di Alchimia, di Memphis, del Movimento bolidista, dell’effimero, del lusso.
Sono gli anni dei post: postmoderno, postindustriale, postatomico, postpunk, che si sovrappongono, diventando l’unità di misura di mode e stili. Dell’esaltazione della superficie: “Il mondo –come scrive Fredric Jameson –perde temporaneamente la sua profondità e minaccia di diventare una pellicola lucida, una illusione stereoscopica, un flusso di immagini filmiche senza spessore” (Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, New Left Review I/146, luglio–agosto 1984). Sono gli anni del neobarocco (etichetta proposta nel 1987 dal semiologo Omar Calabrese in L’età neobarocca, pubblicato da Laterza), che si riconoscono nei piaceri dell’estetica, nel gusto per l’optional e per la mutevolezza delle forme che, lussuose e artefatte, simbolizzano l’estetica della singolarità messa a disposizione di tutti. Sono gli anni della new wave italiana: delle sfilate milanesi, dell’affermazione degli stilisti come profeti di mode e manie.

Gli anni del teatro dei Magazzini Criminali, la compagnia teatrale fiorentina della postavanguardia; della computer art dei fiorentini Giovanotti Mondani Meccanici. Gli anni della movida: è Barcellona che tiene a battesimo, nel 1985, la prima, itinerante Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo. Sono gli anni dell’arte di frontiera: “l’attuale arte d’avanguardia – scrive la teorica Francesca Alinovi – più che sotterranea è di frontiera, perché si pone entro uno spazio intermedio tra cultura e natura, tra massa ed élite, tra bianco e nero (colori della pelle), aggressività e ironia, immondizia e raffinatezza (Flash art, n.107, 1982). Dei graffiti: graffitisti e writers tag, come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Rammellzee, cambiano il volto delle città. Sono gli anni dei trend: i sociologi predicono tendenze di comportamento e di stile cui conviene uniformarsi. In Italia nascono le fiere Pitti Immagine a Firenze, Contemporary e Neomoda a Milano, dove, come recitano le campagne pubblicitarie, si può trovare tutto quanto fa tendenza. Sono gli anni del look, cioè del fascino del potere visivo, esemplare quello sacro/profano di Madonna, creato in collaborazione con Maripol, art director di Fiorucci.

Del total look: una professione di fede nello stilista e nella sua capacità di progettare un’immagine coordinata della testa ai piedi. Gli anni della donna in carriera (film Working girl di Mike Nichols, 1988), abbigliata in tailleur, meglio se gessato, versione femminile del completo maschile, che conferisce al gentil sesso un piglio decisionale. Del look androgino che afferma l’affrancamento dei codici culturali da quelli genetici: Grace Jones, insieme al suo direttore artistico Jean-Paul Goude, fa propria l’immagine dello stereotipo dell’uomo aggressivo; la cantante inglese Annie Lennox, nel video Love is a Stranger, porta capelli rasati e completi maschili. Sono gli anni dei must, da desiderare, da possedere, da indossare. E dell’affermazione sui mercati internazionali del made in Italy, nel design e nella moda, come must. Sono gli anni dei designer–artisti, come Ettore Sottsass, Ron Arad, Danny Lane, Ingo Maurer, Luigi Serafini… Dei pezzi icona, al di sopra delle tendenze stagionali, perché prossimi all’arte, oggi ancora in catalogo, come la Spring collection di Ron Arad per Moroso, il mobile Casablanca di Ettore Sottsass per Memphis, il comò Cetonia dipinto a mano di Alessandro Mendini per Zanotta.

Gli anni dei pezzi figurativi, come la Rose chair di Masanori Umeda per Edra, o come la lampada a forma di cuore One From The Heart di Ingo Maurer. Sono gli anni nei quali si afferma un nuovo modo di vivere il relax, introdotto dal divano Sity di Antonio Citterio per B&B Italia, archetipo di un nuovo comfort televisivo. Sono gli anni, come molto efficacemente riassume Alessandro Baricco nel suo I barbari–Saggio sulla mutazione, “della superficie al posto della profondità, della velocità al posto della riflessione, della sequenza al posto dell’analisi, del surf al posto dell’approfondimento, della comunicazione al posto dell’espressione, del multitasking al posto della specializzazione, del piacere al posto della fatica” (Fandango libri, Roma, 2006).