Promising Zeroes

testo e icone di Beppe Finessi
Cosa è successo tra il 2004 e il 2014? Semplicemente è cambiato il mondo, e con lui anche quello del design. Sono scomparsi, anno dopo anno, molti dei grandi maestri, quelli che insieme ai mitici imprenditori avevano realizzato i fondamentali di questa grande storia.
Si sono rese evidenti le nuove traiettorie, quelle disegnate da “nuovi maestri” (Morrison, Newson, Campana, Grcic, Bouroullec, Lovegrove, Jongerius, Fukasawa, Charpin, Guixé, Tokujin, Ulian, …) che hanno saputo, ognuno con un linguaggio proprio e originale, costruirsi identità autonome. E soprattutto è cresciuta una nuova generazione di progettisti (formatasi nelle Scuole di Design e non più nelle Facoltà di Architettura come sempre era accaduto in passato, luoghi come la Design Academy Eindhoven, il Royal College of Art, l’École Cantonale d’Art de Lausanne-Ecal) che ha spiegato al mondo intero che può sempre esistere un altro modo di fare le cose, che i limiti (economici o strutturali) possono essere una ricchezza e uno sprone per una partenza diversa, che non esiste solo la grande industria e che i piccoli numeri di produzioni sostanzialmente artigianali sono comunque significativi, che il computer è uno strumento meraviglioso e che la rete è un socio complice e forte all’interno della propria “impresa”, che un atteggiamento libero e aperto verso l’arte può dare ossigeno alle proprie azioni, e che anche il modo di presentare i propri progetti (con attenzione all’immagine, alla fotografia, alla grafica, alla mise en scène) è un aspetto doveroso, significativo, oggi fondamentale.

E mentre solo ieri avevamo visto il gigante Ettore Sottsass consegnarci lo struggente testamento di una maschera commovente (e Giulio Iacchetti immaginare da zero un progetto per la grande distribuzione e capitanare una squadra di bravi designer italiani che poi sarebbero diventati autori di riferimento, Hella Jongerius proporre linguaggi e forme nuove dentro l’azienda –Vitra– che più di tutte disegna il futuro che davvero abiteremo, Giovanni Levanti riscrivere con un sorriso lieve la storia del mobile imbottito, Fabio Novembre distillare la sua visione del mondo in una collezione di vassoi che sono un biglietto da visita delle bellezze del nostro paese, Francisco Gomez Paz e Paolo Rizzatto arrivare a un capolavoro che illumina e amplifica flussi luminosi sopra le nostre teste, Ernst Gamperl immergersi nel suo “presente artigiano” e tornire vasi resi poi irregolari e deformi dalla loro stessa natura, Matteo Ragni mostrare come poter riconvertire piccole realtà produttive partendo da buone idee e dal saper fare, Luca Nichetto tradurre in una sedia proprio riuscita sensazioni e visioni che l’avrebbero poi portato lontano), oggi è bello registrare nuovi autori, nuove stelle, nuovi modi, più liberi e disincantati, e ascoltare le voci sofisticate dei Formafantasma che costruiscono oggetti come fossero in cucina, e di Martino Gamper che taglia e assembla mobili di recupero con sintassi e linguaggi tra il bricolage e Allan Wexler, Francesco Faccin che dei suoi maestri Mari e De Lucchi ha preso il meglio alimentando con il loro verbo una propria maestria da sublime ebanista, Maarten Baas che, dirompente e impertinente, ha dato fuoco – letteralmente – a ogni precedente certezza, facendoci vedere un altro abaco di materiali possibili, Susana Soares che partendo da altre discipline pensa al futuro del pianeta ponendosi problemi realmente fondamentali tra ecologia e tecnologia, Yoshioka Tokujin e Nendo che da est hanno portato nuove luci, forse più pure, e Scholten & Baijings e Doshi Levien che rinnovano le belle storie di coppie che già Charles e Ray Eames, Lella e Massimo Vignelli e Afra e Tobia Scarpa avevano praticato, e Tomás Alonso che spiazzante nella sua libertà e nella sua intelligenza costruttiva, oltre che nel suo gusto perfettamente allineato a quello dei suoi coetanei “giusti”, sta già al tavolo di chi conta davvero.