Rolling Seventies

testo e icone di Andrea Branzi
La mia generazione si muove e acquista un proprio ruolo entro i movimenti tettonici che segnalano, attorno alla fine degli anni Sessanta, il passaggio dall’epoca della cultura industriale all’inizio (sperimentale e drammatico) del lungo periodo del Cambiamento, che porterà solo recentemente al formarsi della cultura post–industriale matura.
Il rinnovamento del design iniziato in quegli anni si colloca, quindi, dentro al più generale cambio di segno della cultura occidentale; e il movimento “radical” non è che una parte di questo vasto rigenerarsi di un quadro politico e comportamentale che stacca improvvisamente la nostra da tutte le altre generazioni. Quel distacco, che resterà unico, avviene sul bordo di una faglia storica più profonda, che porta alla luce una nuova cultura, nuovi eroi, ma che sommuove anche psicodrammi, improvvisazioni, e manderà alla deriva una gran parte dei suoi protagonisti.

Ma alcuni dei suoni e dei segni prodotti allora, resteranno come un non rimovibile marchio sui decenni che seguono. Cambia da allora la strategia del progetto che, in breve, pone al centro del teorema non più l’omologazione modernista dell’International Style, bensì la complessità di una società e di un mercato sempre più frazionati e conflittuali: non è più la logica razionale della produzione che detta le leggi e i codici linguistici del progetto, ma è la logica ambigua ed emozionale dei consumi che si pone al centro di questa nuova stagione culturale. Una diversa sensibilità, più aperta ai valori intermedi dell’ambiente artificiale emerge attraverso il design primario, come capacità di percepire o controllare le strutture soft dell’ambiente.

Altre culture meno ortodosse, come il fashion o le comunicazioni di massa, cominciano a influenzare la metodologia del progetto. Da una parte nuove tecnologie espandono l’area di pertinenza del design, che risale nei processi industriali, fino a toccare l’olimpo delle materie prime, i semilavorati, le strategie di produzione. Dall’altra si sviluppano in senso inverso (ma complementare) luoghi di totale autonomia del design nei riguardi dell’industria stessa, come area sperimentale, come laboratorio franco che produce nuovi linguaggi e nuove figurazioni dell’oggetto (Alchimia e Memphis). Su questo insieme spesso commisto di aree di sviluppo, il Nuovo Design (soprattutto italiano) prende progressivamente possesso di tutte le tematiche proprie della società post–industriale e della Seconda Modernità, fino a divenire l’elemento di riferimento più avanzato rispetto a tutto il quadro progettuale europeo, architettura e urbanistica compresi.

Il vecchio International Style risulta quindi sconfitto non tanto da un nuovo stile, ma piuttosto da una nuova epoca storica, basata su dialetti metropolitani separati, sulla ricerca di radici locali da parte di una società policen trica e politeista, dalla ricerca di una razionalità capace di comprendere l’irrazionale, e da una cultura che privilegia (fino a oggi) la diversificazione e la discontinuità produttiva.


(Tratto da Scritti Presocratici. Andrea Branzi: visioni del progetto di design 1972/2009, a cura di Francesca La Rocca, FrancoAngeli, 2010. Il testo, “Verso un nuovo linguaggio internazionale?”, è a sua volta un estratto da un articolo pubblicato su Interni Annual Casa, 1992)