Virtuous Nineties

testo e icone di Marco Romanelli
A lungo ci abbiamo creduto. Nemmeno ci sfiorava il pensiero di quanto sarebbe successo alla fine del decennio. Sconfitto il postmodern, il mondo del progetto viveva, nei primi anni ’90, la raffinata serenità del minimal.

I maestri invecchiavano, con garbo e giovinezza, in particolare Achille Castiglioni e Vico Magistretti, producendo capolavori. A differenza che nel passato guardavano senza voracità, e con una nuova curiosità, alla scena del design che, esattamente in quegli anni, veniva invasa da una straordinaria tribù di barbari (ovvero di abitanti di un altrove non meglio precisato). Affamati di occasioni produttive che i loro Paesi non erano in grado di fornire, ecco questi giovani, estremamente talentuosi e soprattutto fortemente diversi uno dall’altro, calare in Italia e occupare tutte quelle posizioni che la vecchia guardia non riusciva più a difendere. Quella vecchia guardia italiana che preferì una ‘sconfitta’ su tutto il fronte piuttosto che passare lo scettro, formando una classe di discepoli. Ma questo, ovvero il destino dei progettisti italiani, lo analizzeremo più avanti.

Intanto seguiamo Jasper Morrison, RonArad, Ross Lovegrove, Tom Dixon, James Irvine dall’Inghilterra, ‘Les petits enfants’ di Philippe Starck e il ‘non allineato’ Martin Szekely dalla Francia, Marc Newson dall’Australia, Konstantin Grcic dalla Germania, Maarten van Severen dal Belgio, Hannes Wettstein dalla Svizzera, Martin Ruiz de Azua dalla Spagna, Fernando e Humberto Campana dal Brasile, Johanna Grawunder dall’America, Thomas Sandell dalla Svezia, Marcel Wanders e Hella Jongerius dall’Olanda muovere passi sicuri tra la Brianza, il Veneto e la Toscana più prossima. Sono loro a sagomare la nuova realtà di compagnie come Cappellini, Moroso, Edra, Flos, Driade. Pochi altri protagonisti si aggiungeranno alla fine del decennio: i fratelli Bouroullec e Pierre Charpin dalla Francia, dal Giappone Tokujin Yoshioka, dalla Finlandia Harri Koskinen, dalla Svezia Claesson Koivisto Rune, dalla Spagna Patricia Urquiola. Uno per l’altro adorati dalla stampa, lontani da qualsiasi accademismo, totalmente ignari di problematiche quali il rapporto tra architettura e design, tra design e arti decorative, essi si muovono disinibiti sul nostro territorio.

I loro capolavori nascono così da un’unione indissolubile di talento individuale e capacità manifatturiera nostrana. Sono quindi capolavori che parlano sempre due lingue: l’italiano e l’inglese, l’italiano e il francese, l’italiano e il portoghese. Dato di fatto indiscutibile, ma anche magra consolazione di fronte ad una generazione di progettisti italiani che resta sostanzialmente schiacciata da tale meccanismo. Tra i grandi maestri ‘del passato’ e questi nuovi ‘barbari’ gli spazi residuali si riducono infatti a fessure. Pochi riescono ad esprimersi in una situazione così asfittica: Paolo Rizzatto e Alberto Meda, grazie al controllo di Luceplan e alla capacità imprenditoriale di Riccardo Sarfatti, Antonia Astori nel limbo dorato di Driade e poi i cosiddetti ‘giovani designer’ (fa sorridere dirlo oggi che giovani non sono più) ovvero quelli per cui c’era sempre tempo... Marco Ferreri, Marta Laudani, Giovanni Levanti, Paolo Ulian, Riccardo Blumer, cioè la generazione italiana che viene prima di quella, già più fortunata, degli anni ’00 (Iacchetti, Ragni, Damiani, Paruccini, Pezzini, Fioravanti, Contin). A lato emergono quattro progettisti, ben diversi tra loro, ma uniformati dalla capacità di trasformare la progettazione del singolo pezzo in progettazione di identità aziendali. Mi riferisco, inutile precisarlo, ad Antonio Citterio, Paola Navone, Rodolfo Dordoni e Piero Lissoni. Il loro ruolo di traghettatori e contemporaneamente di inconsci trasformatori della progettualità italiana andrà attentamente analizzato dai critici della prossima generazione.

Ma come saranno i critici della prossima generazione? Di quali strumenti si avvarranno? Perché, non dimentichiamocelo mai, il decennio d’oro 1994-2003 e lo straordinario successo delle persone che abbiamo citato, è stato fortemente condizionato da un sistema critico unico al mondo costruito in primis dalle riviste italiane (Domus, Abitare, Interni, Modo) e quindi dal lavoro dei curatori italiani (tra gli altri, Beppe Finessi, Manolo De Giorgi, Cristina Morozzi, Enzo Biffi Gentili). 1994-2003: 10 anni fondamentali nel loro precedere le grandi crisi, il boom dell’artigianato e dell’autoproduzione, l’ossessione delle riedizioni, il design da galleria e le stampanti 3D.

Gli ultimi 10 anni di quel progetto a 360° che aveva caratterizzato il design dal 1945 in poi… e oggi? Oggi aspettiamo, da più di 10 anni, una nuova ‘furia’ immaginativa, un nuovo messia, una nuova voglia di progettare ovvero di distruggere il mondo per ricrearlo migliore.