years of Italian history

di Deyan Sudjic
Sessant’anni fa l’Italia era un Paese pronto a fare una svolta. Ora è un Paese al collasso, alla ricerca di una nuova definizione della sua identità. Era stato povero, ma stava diventando ricco.
Era stato un campo di battaglia tra il 1943 e il 1945, conteso tra le forze alleate e i nazisti, ma si era ricostruito riparando i danni. Era uno Stato fragile spinto alla guerra civile tra il fascismo e i suoi oppositori, ma era sopravvissuto a Mussolini e Hitler e alla lotta tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Finalmente, dopo un così gran numero di false riprese, l’Italia si ritrovava a essere l’ultimo dei grandi Paesi europei a industrializzarsi ed era in grado di vivere come una società più ricca e agiata.

Così come il salto tecnologico del XXI secolo ha consentito alle società tecnologiche indiane di passare dalla trasmissione dei dati sul filo di rame direttamente al digitale, allo stesso modo l’Italia ha superato i suoi vecchi rivali europei negli anni Cinquanta. È passata dal riciclo delle innovazioni di Ford e Underwood alla costruzione dei propri mainframe nel 1959 e all’esportazione delle FIAT in Unione Sovietica, Brasile, Yugoslavia e Spagna. Sotto l’apparenza della modernità, contraddistinta dalle macchine da scrivere ideate da Nizzoli per Olivetti, dai vagoni ferroviari della Fiat e dalla Casa del Fascio di Terragni a Como, nel 1945 l’Italia continuava a essere un’economia di forte impronta agricola. Ma già nel 1955 si era trasformata in uno Stato moderno. Si stava costruendo una cultura che fissava un proprio ordine del giorno, piuttosto che seguire quello degli altri. La trasformazione fu resa possibile da un’ondata migratoria dal sud agricolo al nord industriale. E dalle aziende che si spostavano dai prodotti generici a basso costo venduti sul prezzo a produzioni incentrate sul valore del design. Dietro al suo successo commerciale, l’Italia poteva contare su un cultura basata su proprie scuole e mezzi di design che fornivano sia una massa critica che uno strumento per trasmettere il suo messaggio in tutto il mondo. Fu nel 1954 che la rivista Interni fu fondata e da allora è stata una presenza costante per testimoniare del ruolo dell’Italia nel mondo del design, sia localmente che nella trasmissione del suo messaggio in tutto il mondo.

Le riviste hanno rappresentato una parte integrante dell’ecologia del design in Italia che può contare su pubblicazioni specializzate sull’argomento più di qualsiasi altro Paese. A differenza di molte altre, Interni si è data il compito di riflettere una visione più ampia, invece di associarsi a un’ideologia specifica o addirittura di rientrare nel repertorio di un singolo designer o architetto. Se l’Italia negli anni Cinquanta era la Cina dell’Europa, che esportava auto a basso costo verso l’est, battendo sul prezzo i tessili francesi e i prodotti metallici tedeschi, è stata anche l’economia europea più minacciata nel 2000 dall’avvento della Cina. Naturalmente la Cina deve ancora imporre la sua cultura a livello di istruzione, mass media e critica come è riuscita a fare l’Italia con tanto successo. Ora l’Italia è nel bel mezzo di una rivalutazione fondamentale della sua identità culturale.

Nel 1955 un’Italia che un tempo era stata ammirata solo per il suo passato (con somma irritazione di molti polemisti: “Sbarazzateci del vostro deplorevole Ruskin!”, urlò Marinetti ai critici anglosassoni dell’Italia incitando Venezia “a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”) stava per diventare un’ispirazione per ciò che poteva offrire al mondo moderno. In Inghilterra, Terence Conran si affermò come ristoratore alla moda nella Londra degli anni Cinquanta importando in Gran Bretagna una delle prime macchine per il caffè espresso e acquistando una Vespa. Poco dopo apparvero nella strada di Soho i completi giacca e cravatta italiani come divisa del Mod, movimento giovanile di culto. E le riviste italiane, i suoi premi, come il Compasso d’Oro, e le sue fiere: la Triennale di Milano e la Biennale di Venezia in particolare erano appuntamenti immancabili dell’agenda di arte e design.

Questi sviluppi rifletterono un cambiamento nelle percezioni culturali. Piero Cardini aveva lasciato la sua casa di Treviso per recarsi in Francia nel 1939 dove sarebbe diventato Pierre Cardin e non sarebbe più ritornato. Dieci anni dopo, Valentino Garavani si formò a Parigi, ma tornò a Roma per fondare la sua casa di moda. Per i critici anglosassoni, il contributo dell’Italia al modernismo era stato poco chiaro. Videro solo un movimento moderno dominato dalla Germania e dalla Bauhaus, dove Francia, Olanda, Svezia e Finlandia erano gli indiscussi protagonisti. In questa prospettiva l’Italia restò invisibile fino agli anni Cinquanta quando una nuova generazione di critici, sotto l’egida di Reyner Banham, cominciarono a rivalutare figure in precedenza trascurate come quella del Terragni. L’Italia stessa incominciò a produrre una serie stupefacente di progetti innovativi, dal grattacielo Pirelli di Gio Ponti agli arredi dei fratelli Castiglioni. Banham ebbe maggiori difficoltà a scendere a patti con alcuni italiani del dopoguerra. La Torre Velasca di BBPR innescò una battaglia dialettica tra Banham ed Ernesto Rogers. Banham considerava il suo profilo neomedievale come un tradimento reazionario. In realtà, per tutto questo periodo l’Italia e la Gran Bretagna si fecero concorrenza. Negli anni Sessanta la cultura giovanile di Londra fu fonte di ispirazione per l’avanguardia italiana, dal fascino di Ettore Sottsass e di Fiorucci per la cultura giovanile di Kings Road all’ossessione di Archizoom per Archigram.

Ma fu anche il periodo in cui tutta una generazione di designer britannici poté scorgere le opportunità offerte dall’Italia e, in particolare, dalla cultura del design milanese che all’epoca era inestricabilmente connesso a Olivetti. Prima Perry King, poi George Sowden, James Dillon, James Irvine e molti altri si fecero strada verso l’Italia e in molti casi si fusero con quella cultura. Milano attrasse anche Hans von Klier, Richard Sapper e altri tedeschi nonché il critico argentino Tomás Maldonado e il designer giapponese Toshiyuki Kita. Come una calamita riuscì ad attirare designer ambiziosi di tutto il mondo. Mi ricordo ancora quanto sembrava affascinante l’Italia quando mi sono recato al Salone del Mobile per la prima volta nel 1976 – sul volo Alitalia, con le posate di Jo Colombo sul vassoio del pranzo e la corporate identity curata dalla Landor. Alitalia è sicuramente l’unica compagnia aerea ad aver mantenuto lo stesso look per così tanto tempo ed è passata dall’emblema dello stile all’incarnazione di tutto quanto possa andar male in una cultura aziendale. Mi ricordo che mi è stata data la sedia di Enzo Mari in una scatola quando è stata lanciata e il lancio della sedia Vertebra di Emilio Ambasz per Castelli. Mi ricordo le feste nella metropolitana milanese e negli stabilimenti dismessi. Non ho mai visto la mostra Italy the New Domestic Landscape al MoMa di New York, ma ne ho lo straordinario catalogo. Mi sono ritrovato sulla mailing list dell’Olivetti e per un po’ di tempo ogni Natale ho ricevuto una copia della famosa agenda della società.

Naturalmente ciò di cui all’epoca non ero perfettamente consapevole erano i combattimenti nelle strade e il terrorismo degli anni di piombo che coincisero perfettamente con la mostra Italy New Domestic Landscape. Fu solo una questione di mesi tra la morte dell’amico di Ettore Sottsass, Giacomo Feltrinelli, ritrovato appena fuori Milano alla base di un traliccio dell’alta tensione che aveva cercato di far saltare con la dinamite, e la presentazione di Sottsass stesso al MoMA di New York.

Pierre Restany, il navigato critico d’arte, mi ha ricordato molto tempo dopo come abbia dovuto passare tutto il tempo della Biennale d’Arte di Venezia del 1968 sfuggendo a un gruppo anarchico che lo voleva spingere giù nel Canal Grande perché era troppo borghese. Andrea Branzi mi ha raccontato di quella notte del 1969 quando lui ed Ettore Sottsass sono usciti da una festa tenutasi al Savini in Galleria a Milano. Sottsass, che per l’occasione indossava un copricapo piumato dei guerrieri nativi americani, commise l’errore di guardare direttamente negli occhi uno skinhead fascista e per questo fu pestato.

Ero in Corso Europa per il lancio di Memphis nel 1981. All’epoca sembrava uno scoppio di rivolta anarchica contro i preconcetti del buon gusto italiano. In realtà, si è trattato dell’inizio di ciò che, in retrospettiva, si è dimostrata essere l’epoca d’oro per l’Italia, quando Fiorucci ha preso lo stile London Street e lo ha riesportato nel mondo, aprendo così la strada a Benetton, per ammodernare la moda sia a livello di produzione che distribuzione, e ad Alessi, per farsi un nome. L’economia italiana sembrava che stesse per sorpassare quella del Regno Unito. Fu un’epoca d’oro a cui pose fine lo scandalo di Tangentopoli. Uno scandalo che ebbe come una delle conseguenze meno probabili, la nomina di Sottsass a responsabile della progettazione degli interni di Malpensa, dopo che emerse che gli iniziali consulenti di design che lavoravano sul progetto avevano imbarazzanti commistioni politiche.

Dopo gli scandali fu la volta del ristagno degli anni Berlusconi. E di un’Italia che ora sta lottando per ritrovarsi. Dopo gli anni dei grandi maestri, prima in architettura, poi nel design, che hanno fatto dell’Italia la capitale mondiale del design, è difficile vedere una nuova generazione sviluppatasi per riscoprire quel ruolo. È giunta l’ora di un’altra svolta.

Eppure l’Italia è uno dei Paesi più generosi nei confronti dei talenti indipendentemente da dove vengano. È stata sicuramente generosa con me. Ho avuto la fortuna di dirigere Domus per quattro anni e di diventare il curatore della Biennale di Architettura di Venezia. È difficile immaginarsi che, per esempio, la Francia possa essere altrettanto accogliente nei confronti di un non madrelingua. Il mondo punta ancora gli occhi sull’Italia per capire quello che sarà il mondo del design. È un Paese che affonda le sue radici nell’arte del fare e nelle idee, negli interrogativi e nell’apertura nei confronti del mondo.