Amarcord

di Franco Raggi
Nel 1954 avevo nove anni e ne avevo 18 nel 1963, quando mi iscrissi alla facoltà di architettura. Quello che posso dire del design e dell’evoluzione dello scenario domestico e dell’abitare in quel periodo l’ho letto poi sui libri e sulle riviste molto più tardi. Credo forse più interessante rovistare nei ricordi di un adolescente di una famiglia agiata medioborghese che si è trovato in un punto di osservazione privilegiato per descrivere da un punto di vista personale il fenomeno della modernizzazione del proprio abitare e la comparsa sulla scena domestica e nella vita quotidiana di piccoli o grandi oggetti, che oggi cataloghiamo nel variegato panorama del design italiano.

K101 Kartell

Lo zio Camillo, grande appassionato di montagna, sciatore e implacabile organizzatore di gite familiari, apparve all’alba di un mattino di inverno anni ‘50 con uno strano attrezzo montato sul tetto della Millecento Fiat grigia. Due nastri di tela con ganci elastici e tasselli ammortizzatori in gomma tesi sul tetto. Portava sci e bastoncini per quattro sciatori. Unica accortezza punte degli sci all’ingiù altrimenti, alla soglia degli 80 km/ora, sulla Milano-Lecco, tutto si sollevava come per prendere il volo. Solo molti anni più tardi seppi che era stato uno dei primi prodotti Kartell costruito in Nastricord della Pirelli e disegnato da Roberto Menghi e dall’ing. Carlo (Carlone) Barassi amico di Giulio Castelli e anche in seguito socio fondatore di Arflex; azienda nella quale portò il knowhow Pirelli dei primi schiumati per imbottiture. Interessante fenomeno ante-litteram di transfert tecnologico.
Lo zio Camillo poi, al quale piacevano le cose ben fatte, aveva anche una Giulietta sprint bianca della quale ricordo l’odore della finta pelle e di plastica mischiati.

Olivetti Lettera 22

Scrivevamo, a casa e a scuola, a mano con la penna stilografica Pelikan (bakelite verde e nera) o Aurora 88 (nera cappuccio oro). La dattilografia era cosa da uffici; ma al liceo cominciò la moda delle “tesine” a tema che andavano impaginate con foto, disegni e testi. Così a Natale 1959 arrivò la Olivetti lettera 22, prima macchina da scrivere domestica di dimensioni e costo contenuti e specialmente friendly nelle forme e nel colore. Con lei il design entrò in casa come fenomeno di comunicazione integrale. La grafica, il logo dell’uccellino, il tagliacarte disegnato da Nizzoli stilizzando il logo, il colore verde acqua e la custodia soft con maniglie morbide come una borsetta. Tutto era pensato con una intelligenza ed una estetica che provocarono in me un istantaneo rapporto affettivo con la macchina da scrivere.

Eko VL480 Black

Gibson e Fender erano negli anni ‘60 le marche mito per gli appassionati di chitarra elettrica. Americane dai costi stratosferici anche per un adolescente benestante come me che, dopo faticosi e formativi studi di chitarra classica, scopriva la musica folk e rock. Alla ricerca dello strumento alla mia portata trovai la via italiana alla chitarra rock. La Eko, una nuovissima azienda di Recanati che produceva originali ed efficienti strumenti dal design innovativo. Comprai un modello bianco e nero abbastanza “cattivo” con due ponti pick-up e leva per gli effetti up/down. Mi sentii alle soglie della modernità. Dopo mezzo secolo la regalai al figlio di una amica chitarrista professionista, affascinato dal design e forse inconsapevole di ricevere una reliquia del made in Italy.

G255, Geloso

Nel 1960 mio padre, medico, comprò un nuovo piccolo registratore italiano. Si chiamava G255, soprannome “Gelosino”. Gli serviva per registrare le anamnesi e i colloqui con i pazienti, che usava poi per scrivere referti e diagnosi. Compatto nella sua borsetta, coperchio in policarbonato trasparente, con quattro grossi e inequivocabili tasti cilindrici giallo-rossoverde- nero per le quattro funzioni fondamentali. Rec, Rev 1-2, Audio. L’ aspetto (oggi look) decisamente non tecnologico, a bauletto tondeggiante e molto compatto lo includeva nella ancora sparuta famiglia degli oggetti nei quali il design si manifestava per la prima volta con una vocazione amichevole e modernizzatrice. Allora si chiamava magnetofono e mi fece scoprire la magia del riascoltare per la prima volta la mia voce, che mi sembrò orrenda. In seguito, per prestazioni più “high”, ci regalarono un registratore a nastro Grundig, tedesco, grasso, ingombrante, non bello, ma naturalmente efficientissimo e intrasportabile. Registravamo canzoni suonate con la chitarra cercando di imitare, male, i cantanti folk e rock americani. Ma per me l’immagine e la memoria del registratore magnetico a nastro coincidono con il Gelosino.

Irradiette Irradio

Una parallelepipedo verde (il mio) con una fessura che permetteva di inserire un disco 45 giri, tre tasti: “On”, “Espelli” e “volume” e una striscia metallica cromata piatta che estratta si rivelava una maniglia. Tra tutti gli oggetti di design che in qualche modo hanno fatto una piccola rivoluzione nella mia giovinezza l’”Irradiette” della Irradio merita un menzione particolare. Il piccolo geniale giradischi portatile a 45 giri ci cambiò la vita. Innanzitutto perché i dischi lui li “mangiava” e alla fine naturalmente li “sputava”. Poi perché funzionava a pile e in tutte le posizioni, anche capovolto e in movimento. La musica su vinile, fino ai primi anni ‘50, era stanziale e quella portatile era appannaggio della sola radio. Irradiette permise di portarci dietro la nostra musica a piedi, in auto, in bici, sulle spiagge, nei prati, nelle case, di giorno e di notte. Leggero, con la maniglia a scomparsa e le regolazioni integrate “flush” nel suo elementare body, stava nello zaino, Il sound era approssimativo, ma che importava. Oggi, che la musica si capta in rete e si tiene in tasca o in palmo di mano, ci fa sorridere, ma nel 1964 no.

Spider O-luce

L'anno prima di iscrivermi ad architettura (1962) per volonteroso senso di acculturazione sul tema, mi applicai sulla notevole pizza “Testamento” di Frank Lloyd Wright e mi abbonai a Domus. Conservo l’annata che mi fece scoprire gli interni con le pedane per funzioni a più livelli e il design delle lampade. Ricordo, pubblicato un monolocale per scapolo disegnato da Joe Colombo, nulla appariva o era come nelle mia abitudini di interni domestici. Moquette e pareti blu notte, gradoni appunto che abolivano alcune sedie, cuscini al posto dei divani, poltrone a guscio in plastica bianca lucida, ma soprattutto lampade come insetti, esili con paralumi a pentola arancioni rotanti e fili in vista. Forme di luce che aprivano verso una nuova morfologia nomade della lampada. Per la scrivania convinsi mia madre, sensibile alle innovazioni nel design, ad andare dal signor Ostuni in un seminterrato dietro corso di Porta Romana, credo alla sede della O-luce, dove comprai il mio primo oggetto di design italiano consapevole.

Cubo TS522 Brionvega

Marco Zanuso era amico e cliente di mio padre cardiologo, che lo chiamava “il divino Marco”. Forse per questa conoscenza comprò tra i primi la Radio Cubo TS522 della Brionvega. Era rossa. Nella strumentazione ricordava la grafica degli elettrocardiografi e degli strumenti elettrotecnici. Forse questa assonanza con strumenti di lavoro familiari attirò mio padre che di oggetti di design apprezzava solo l’accendisigari Ronson, l’orologio da tavolo sbilenco “Static” di Sapper e il rasoio elettrico a saponetta Remington. La forma a cubo articolato e la separazione tra altoparlante, elettronica e strumentazione, produceva un scarto semantico rivoluzionario rispetto alle classiche radio portatili monoblocco, e poi da chiusa non raccontava più nulla della sua funzione, ma solo della sua forma pura e del suo colore.

Algol Brionvega

Noi per scelta puritana e antimodernista (un po’ snob) in casa non avevamo la televisione. Questa scelta ideologica paterna aveva un sottile scopo. Obbligarci, ad andare dai nonni che la televisione ce l’avevano, quando c’era qualcosa di interessante, (“Lascia o raddoppia”, “La Domenica sportiva”, il “Festival di Sanremo, “La cittadella” di Cronin, “Canzonissima” e “Un due tre” con Tognazzi e Vianello). Credo che questa scelta oltre a promuovere rituali incontri parentali fosse dettata dalla bruttezza e dalle enormi dimensioni dei televisori, capaci di turbare irreversibilmente i delicati equilibri dell’arredo borghese studiato da mia madre. Quando apparve il televisore portatile Algol del “divino Marco” la televisione fu ammessa in casa. Per forma e dimensioni Algol non si scontrava con i diktat paterni e comunque se si voleva vedere “grande” bisognava comunque andare dai nonni.